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Pietra filosofale della salute. Filosofia antica e formazione in medicina - Linda Napolitano Valditara
QuiEdit Editore, Verona, 2011
 
 
   
 

Circa tre anni or sono ho deciso di contattare una cara amica di infanzia, che non vedevo da quasi quarant’anni. La ricordavo liceale, ma sapevo essersi dedicata con passione alla filosofia, che insegnava all’università con ottimi risultati e grande considerazione. Segretario prima e, successivamente, Presidente da alcuni anni di Società scientifiche di endoscopia chirurgica, conoscevo bene la difficoltà di rapporto che intercorre fra tecnologia, in special modo quella avanzata, e medicina. L’uomo è talmente affascinato dalla realtà che l’industria è in grado oggi di proporre, da risultare spesso incapace di non lasciarsene irretire. Si può innescare, allora, un meccanismo perverso che rischia di allontanare sempre più il medico dai fondamenti ideologici della sua professione. Questo va ad aggiungersi ad una realtà, quella sanitaria, che è divenuta particolarmente difficile.

Se sfogliamo un giornale o ci sediamo in poltrona davanti al televisore, possiamo essere certi che saremo investiti, quasi ogni volta, da notizie che portano la sanità alla ribalta della cronaca. Tra una polifonia di voci, infatti, i mass media selezionano e amplificano due principali tipi di messaggi: lo scandalo di servizi che non funzionano e la straordinarietà dei progressi scientifici e tecnologici. Insomma, da un lato si tende ad allarmare con la denuncia delle disfunzioni, dall’altro, si incrementano le aspettative attraverso la spettacolarizzazione dei progressi medici. Con un risultato a dir poco disastroso e, soprattutto, poco vicino alla realtà. Alla crescita delle aspettative del paziente corrisponde un calo dell’indice di gradimento che, in parte è rinfocolato dalla spiacevole esperienza diretta: lunghe liste d’attesa, un’inquietante povertà di parola, la sensazione di fretta e di estraneità del medico. Le reazioni più immediate e diffuse a questo stato delle cose sembrano essere la rassegnazione, la denuncia o la ricerca affannosa e del tutto privata di qualcuno di cui fidarsi, per rivalutare i problemi, le alternative e riacquisire una qualche sicurezza.

È possibile fare qualcosa? È ipotizzabile uno scenario da contrapporre a questa “misera” realtà?

Credo sia vitale, ormai, la necessità di porre fine a tutto questo clamore e a questi lamenti, per dare spazio ad una pausa di riflessione pacata sulla sanità, che consenta di comprendere i motivi della difficoltà di funzionamento degli attuali sistemi complessi, per dare il giusto valore a ciò che si verifica, focalizzare le priorità e definire le finalità e gli scenari desiderabili, che siano anche attuabili.

Non dobbiamo illuderci: questi sono percorsi lunghi e tortuosi, ricchi di contenuti più teorici che pratici, ma che è indispensabile affrontare se si vuole rinnovare l’interesse per la meta, cioè una sanità più a misura d’uomo, e cercare, soprattutto, di rendere piacevole il cammino, rafforzando il senso dell’impegno di tutti. Una sanità migliore, infatti, richiede lo sforzo organizzato di tutta la società. Solo in questo modo potremo definire i requisiti essenziali da garantire nei servizi, individuandone i problemi, gli scopi, gli interventi, e il modo di comunicare e realizzare eventuali cambiamenti migliorativi. La speranza è certamente un po’ illuministica, ma partendo dalla consapevolezza che il sistema sanitario è una realtà complessa e riflettendo sui temi appena indicat, potremo probabilmente contribuire a gestire più adeguatamente i problemi e, soprattutto, a cooperare, instaurando un  miglior rapporto fra tutti i protagonisti del sistema sanitario.

Non vi è dubbio che grande importanza assume oggi il rapporto che intercorre tra Sanità e ricerca tecnologica. L’impiego delle tecnologie più avanzate è diventato un parametro di competitività e sviluppo innovativo nelle aziende, come nella realtà socio-economica attuale. Impegno, capacità innovativa e adeguati investimenti sono gli elementi che hanno permesso in questi anni lo sviluppo di nuove soluzioni anche in un settore come quello della sanità, che è passata da una medicina basata sulla semeiotica ad una realtà interpretata dalle macchine. Una sconvolgente deriva tecnologica, come è stata definita di recente. Ma, la dinamica evolutiva della tecnologia non può ridursi alla sola capacità di utilizzo di processi/prodotti e strumenti per rendere più efficiente il lavoro. È necessario, infatti, come punto fondamentale di sviluppo, riconoscere che il processo innovativo dipende prima di tutto dal fattore umano. Pertanto, gli investimenti, che non si applicano solo alla strumentazione, ma soprattutto al “capitale umano”, sono essenziali. Ecco perché non si può sorvolare sull’educazione, sulla scuola e sull’università come entità atte allo sviluppo di “personalità” capaci di cambiare la situazione attuale e creare nuove possibilità di ricchezza investendo per il futuro.

Tutte le leggi che l’uomo si è dato per reggere l’organizzazione umana, sia nei tempi passati che attuali, sono basate sul senso morale, su ciò che è giusto e ciò che è ingiusto. Negli ultimi tempi c’è stato un vero e proprio ribaltamento del senso stesso delle parole e dei termini, tanto che oggi non si sa più cosa sia bene e, purtroppo, cosa sia male. Questi termini, moralità e immoralità, bene e male, sono divenuti parole prive di significato, concetti “non scientifici” perché non riproducibili in laboratorio. Al contrario, credo sia proprio il senso morale a spingere l’uomo verso la pietà. E pietà significa compassione, capacità di avvertire la sofferenza altrui quasi fosse la propria. Non è possibile che l’atteggiamento de “il fine giustifica i mezzi” sia la caratteristica pregnante dell’approccio del medico al paziente. Perché oltre al fatto che spesso i pretesi vantaggi non esistono, rimane l’inaccettabilità morale della tesi secondo cui un atto immorale non è riprovevole qualora ne derivi un beneficio materiale.

In un’associazione di specialisti, o meglio ultraspecialisti, come quella che presiedo, questa esigenza si evidenzia con grande intensità. È per questo motivo che ho ritenuto indispensabile richiedere l’intervento di chi - una filosofa - potesse instaurare un rapporto che consentisse a tutti noi di riallacciare i contatti con quella pietas di cui si è perso o si va perdendo il significato. Un intervento che ritengo non solo utile, ma necessario, ripeto. Perché c’è bisogno che il tecnico medico si ricongiunga all’uomo medico.

Un compito arduo. Perché non si può nascondere o prendere sotto gamba la difficoltà di mettere mano al mondo complesso della sanità. Nessuno può illudersi di dominare questa complessità. È possibile impegnarsi a fondo, per interagire con essa, sapendo che i problemi, tranne i casi più semplici, non vengono risolti, ma solo gestiti. Certamente arriveremo a fare meglio o peggio, e questo dipenderà anche dalla nostra capacità di descriverli, interpretarli.

Ma, soprattutto, dipenderà dalla nostra volontà di comprendere che dovremo dedicarci a gestire, non tanto la malattia, quanto i singoli casi. In una parola, dovremo impegnarci a migliorare e migliorarci, con un occhio al passato. Perché qualsiasi progresso, in sanità, passa attraverso il miglioramento delle persone che vi lavorano e di tutte quelle che devono, in un modo o nell’altro, cooperare con loro. In particolare, di coloro che devono indicarci – e richiamare senza stancarsi - i concetti di moralità che devono stare alla base della nostra professione.

Dr. Gianfranco Di Felice

Presidente Società Italiana di Endoscopia Chirurgica

Fondazione IRCCS Istituto dei Tumori

Milano

   
   
 
         
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