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Sulla meritocrazia
 
 
   
 

Leggere sul numero 2 del 2008 del Diario di Bordo le righe sulla meritocrazia – un autentico gioiello! – mi ha riportato alla memoria un piccolo brano tratto da Cuore epurato, scritto da Giovannino Guareschi e pubblicato su Candido del 9 febbraio 1946.

Ambientazione: una classe elementare. Il maestro interroga.

Fu chiamato Coretti e gli venne chiesto quanto facesse 7x8. Egli rispose che faceva 52 e il maestro allora scosse il capo “Nossignore” esclamò categorico. “Fa 56!”.

Un mormorio di protesta si levò dai banchi. Franti si alzò di scatto e batté minaccioso il pugno sul banco, ma il Cln scolastico, contrario ad ogni azione di violenza, gli impose la calma e delegò Garoffi a esporre il punto di vista della massa.

“Compagni” prese a dire Garoffi con impeto “dopo vent’anni di dittatura, di soprusi, di dogmatismo politico, permetteremo che, eliminato un duce, sorgano mille altri duci? Permetteremo che si scriva su quella cattedra “Il maestro ha sempre ragione”?

Tutti urlarono che non l’avrebbero mai permesso e Garoffi continuò: “E allora non si accetti quella verità che ci è imposta da chi ha un posto di comando, ma si cerchi la verità attraverso la libera decisone del popolo! Sette per otto non deve fare cinquantasei perché così vuole questo piccolo duce che siede in cattedra! Sette per otto farà quel che vuole il popolo”.

Cessati gli applausi, prese la parola il maestro il quale si difese affermando che non lui imponeva che sette per otto facesse cinquantasei, ma la tavola pitagorica, che non l’aveva inventata né lui né il fascismo, ma che vigeva da secoli e secoli.

“Noi infrangeremo le tradizioni” gridò Garoffi. “Noi spezzeremo le reni ai conservatori, nemici del progresso e del popolo. Noi elimineremo il sopruso di una tavola che vieta al popolo il ragionamento e l’autodecisione! Non più “la tavola pitagorica ha sempre ragione!” ma “il popolo ha sempre regione!”. Basta anche coi duci dell’aritmetica!”. Tutti si alzarono in piedi gridando “Votazioni! Votazioni!”. E il Cln dichiarò aperta la discussione pubblica dopo la quale avvennero le votazioni.

E così risultò che 7x8 fa 53. Si alzò allora Garoffi e in un silenzio che non esitò a chiamare storico disse: “ Signor maestro, il popolo ha deciso: sette per otto fa cinquantatré. Noi comprendiamo i motivi sentimentali e gli interessi di categoria che la legano al cinquantasei della tradizionale tavola pitagorica. Ma per l’interesse comune ai fini della ricostruzione debbono cadere motivi sentimentali e interessi personali. Dalla sua decisione dipende l’abbattimento o meno delle barriere che fino a oggi hanno diviso la borghesia dal popolo!”.

Lento e solenne il maestro si alzò. Rimase immobile, l’occhio fisso. “Sia fatta la volontà del popolo! Disse “ sette per otto cinquantatré”.

Ci abbracciammo e singhiozzammo di tenerezza.

Le righe di Linda Napolitano mi hanno riportato indietro nel tempo. Ho rivissuto gli anni del periodo liceale e universitario, quando l’impegno è stato totale, perché esisteva in me una grande spinta, che oggi giudico emotiva, romantica e, in un certo senso, volubile, a far di tutto per realizzare me stesso. Ero animato da un’idea ricca di vitalità e potenza, che poggiava probabilmente su basi di forte ingenuità. Era un sogno, appunto. C’era in questo il grande concetto della meritocrazia.

Poi, ad un certo punto della mia formazione universitaria, è arrivato il ’68. Un movimento ideologico che ho sempre trattato con grande distacco, e dal quale mi sono tenuto abbondantemente lontano. Se analizzo quella che è divenuta oggi la società italiana, mi riesce difficile credere che, quanto è successo nel ‘68 e negli anni immediatamente successivi, sia storia e non fantasia. Questo perché sembra ormai essersi assopita da tempo quello che alcuni sentivano come una grande necessità di cambiamento, che ha scosso il paese in quegli anni, ma che ha lasciato nella generazione successiva un’eredità molto povera. Un’eredità che consiste in una propensione giovanile alla deplorazione e alle denunce pubbliche, in una fiducia illimitata e cieca nella gioventù in sé, nel rigetto del principio d’autorità e nel rifiuto del passato. Era, quella - la mia, sia chiaro! -, una generazione di bambini viziati della storia, che è stata la prima generazione che, dalla notte dei tempi, non ha conosciuto la guerra e nemmeno la sua minaccia, ed è stata l’ultima generazione a conoscere tanta prosperità e ciò che l’accompagnava, cioè numerose e brillanti carriere possibili in un periodo in cui tutto si sviluppava e cresceva: imprese, università, "grandi scuole". E, per di più, non ha conosciuto la psicosi sessuale indotta dalla comparsa dell’AIDS.

 

Non solo. Viziati dalla storia, quei ragazzi sono stati viziati anche dall’istruzione. Per primi hanno ricevuto, in tanti, un’eccellente formazione classica (latino, greco, letteratura, una lingua straniera, eccetera) e per ultimi hanno raccolto l’eredità popolare delle nostre realtà locali, le lingue, i dialetti e le tradizioni. Ma, come tutti i bambini viziati, sono riusciti a distruggere il tesoro che hanno ricevuto e che la storia era riuscita a conservare tanto a lungo, quelle lingue, quelle tradizioni, quegli insegnamenti ereditati dall'antichità, tramandati dai benedettini e dai gesuiti e resi accessibili dalle istituzioni pubbliche recenti. Al posto di tutto questo, hanno messo i loro “capricci”, i loro fantasmi e la memoria della loro giovinezza. A questo proposito, Bartabas, regista francese, riferendosi alla generazione del ‘68, ha affermato  “Ciò che questa generazione ha dimenticato di assumersi è la trasmissione del sapere”.

Il risultato? Al merito dell’esame è subentrato l'osceno 18 politico e le capacità individuali sono state sostituite, nei concorsi per le apicalità, dalle tabelle di anzianità. Così, nei posti direttivi si sono insediati - e continuano ad insediarsi - "tecnici" che si sono formati bivaccando nelle sedi dei partiti. Chi, come me, invece, non ha "saputo" far fruttare amicizie altolocate, si è rifugiato in se stesso e nel proprio lavoro, da cui ha ricavato le soddisfazioni personali, spesso incamminandosi sulla strada dell'esilio. Fedele alla proprie idee e per non morire. Senza arrendersi o accennare genuflessioni. Attila, insomma, è passato nuovamente sulla fertile terra della tradizione e ha messo nuovamente tutto a ferro e fuoco. Così, ora, cosa possiamo dire di essere in grado di tramandare ai giovani d’oggi? In tutta sincerità, credo di poter affermare che lasciamo loro una pesante crisi d’identità nazionale. Infatti, mi sembra di veder dimenticate le memorie locali che permettono di comprendere che l’Italia s’è costituita con una storia plurale e complessa, una storia di cui la Repubblica non è che l’ultimo capitolo. Poi, vedo dimenticati i secoli dell’occupazione straniera, dei periodi senza democrazia, in cui però l’Europa ammirava i nostri poeti, i nostri navigatori e i nostri filosofi. Dimenticate le radici cristiane, latine, greche, dimenticati i dialetti, dimenticata la lingua scolastica che ha unito la nazione, a cominciare dall'elite, per poi saldare tutti gli strati della società. Ma l'aspetto più deleterio, comunque, sta nella mancata selezione e formazione di una classe dirigente di prestigio, in grado di affrontare il presente e programmare il futuro con competenza. Gli episodi di incapacità, di assenza di valori e di sfascio morale, che quotidianamente leggiamo sui giornali, sono ampiamente indicativi.

Dunque, un movimento ideologico positivo o, invece, un'eredità vuota, un fallimento? Pur riconoscendo al '68 qualche risultato positivo (riconoscimento alla donna dei suoi sacrosanti diritti), sono propenso a considerare più reale la seconda ipotesi. È auspicabile, allora, un ritorno del concetto di meritocrazia? Ben venga, anche se temo non sia veramente possibile senza provocare delle grandi resistenze o stravolgerne il concetto fondamentale. Lo auguro, questo ritorno, con tutte le mie forze, ben inteso! Per il bene di tutti e del nostro Paese, ma soprattutto di coloro che verranno dopo di noi, che ne avranno certamente grande necessità. Pur nel timore, però, mi sono di conforto e mi fanno ben sperare quelle poche  righe vibranti di Pier Paolo Pasolini che sono state, per me, la luce che ha sempre illuminato il mio cammino "Non potranno mentire in eterno. Dovranno pur rispondere, prima o poi, alla ragione con la ragione, alle idee con le idee, al sentimento col sentimento. E allora taceranno. Il loro castello di ricatti, di violenze, di menzogne crollerà". Lo stesso intimo significato che mi è stato trasmesso, tanto tempo fa, con l'affermazione "Neppure i loro alberi toccano il cielo".

Novembre 2008

   
   
 
         
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